Precari della Scuola: la sorte dei nostri ricorsi alla Corte di Giustizia Europea

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Con l’ordinanza n. 207 del 18 luglio 2013 la Corte Costituzionale è intervenuta sulla vexata questio della legittimità costituzionale dell’articolo 4, commi 1 e 11, della legge 3 maggio 1999, n. 124 (accordo quadro sul rapporto di lavoro a tempo determinato) e, per quanto più specificatamente interessa migliaia di lavoratori della scuola, sulla legittimità del continuo succedersi di contratti a tempo determinato di supplenza.

Avevamo agito con migliaia di ricorsi sollevando sia la questione relativa agli scatti di anzianità sia chiedendo il riconoscimento del risarcimento del danno a seguito delle mansioni svolte che possono essere senza alcun dubbio equiparate a quelle dei docenti di ruolo. Chiedevamo inoltre la conversione del contratto o il risarcimento per il susseguirsi abusivo di vari contratti.

La Consulta non si occupa della prima questione, soffermandosi invece sulla possibilità di ottenere il risarcimento dei danni e sulla legittimità dell’utilizzo reiterato di contratti a tempo determinato per un periodo superiore a trentasei mesi.

Appare necessario, comunque, soffermarsi sul primo punto, in quanto il suddetto articolo recepito con Direttiva 1999/70/CE, prevede che i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole rispetto a quelli a tempo indeterminato, a meno che non sussistano ragioni oggettive, dovendosi applicare, in linea di massima, il principio “pro rata temporis”. Tale disposizione, per la generalità dei lavoratori, è stata attuata nell’ordinamento interno con l’art. 6 del D.L.vo 6 settembre 2001 n. 368 per cui “al prestatore di lavoro con contratto a tempo determinato spetta ogni trattamento in atto nell’impresa per i lavoratori con contratto a tempo indeterminato comparabili, intendendosi per tali quelli inquadrati nello stesso livello (… ) sempre che non sia obiettivamente incompatibile con la struttura del contratto a termine”. Nel caso degli insegnanti non appaiono “ragioni oggettive” che giustificano la mancata valorizzazione, sotto il profilo economico, dell’anzianità di servizio maturata dal personale non di ruolo, analogamente a quanto avviene per quello di ruolo. Questo tipo di norme prevedendo l’erogazione di aumenti stipendiali in relazione all’anzianità al solo personale di ruolo della pubblica amministrazione appaiono ingiustificatamente discriminatorie. Infatti, non sembrano sussistere degli “elementi precisi e concreti” in grado di giustificare la disparità di trattamento tra il personale di ruolo e gli insegnati precari, tenuto conto che entrambi svolgono identiche mansioni.

Vedremo se e come verrà in futuro risolta la questione. Allo stato abbiamo già vinto in numerosissimi Tribunali, da Milano a Piacenza, da Roma a Viterbo sino a Trapani.

L’ordinanza, invece, si occupa dell’utilizzo indiscriminato dei contratti a tempo determinato. Il decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368 mira ad evitare che si faccia abuso del contratto di lavoro a tempo determinato, fissando nel periodo massimo di trentasei mesi il tempo nel quale un lavoratore può essere impiegato con successivi contratti a termine. Tuttavia, il reclutamento del personale scolastico, nonostante la disciplina risulti applicabile anche nei confronti delle pubbliche amministrazioni, che però non prevede la conversione del contratto, ma solo il diritto al risarcimento del danno, è disciplinato da un sistema di norme che consente l’utilizzo diabolico di reiterati contratti a tempo determinato. Infatti, l’art. 10, comma 4 bis, del summenzionato decreto legislativo, di attuazione alla direttiva che qui interessa, esclude dall’applicazione del decreto “i contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze del personale docente ed ATA, considerata la necessità di garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo anche in caso di assenza temporanea del personale docente ed ATA con rapporto di lavoro a tempo indeterminato ed anche determinato”.

La Consulta, procedendo ad un dettagliato esame della questione, ha ritenuto opportuno sottoporre alla Corte di Giustizia dell’Unione europea le questioni di interpretazione della clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE, finalizzata alla prevenzione di abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato, in ragione della quale gli Stati membri sono tenuti ad introdurre misure attuative, tranne che non vi siano ragioni obiettive che giustifichino il rinnovo di tali contratti, ovvero introducendo norme che indichino la durata massima dei contratti di lavoro a tempo determinato successivi o il numero dei rinnovi dei suddetti contratti o rapporti  L’unica ragione che può sostenere tale sistema sarebbe costituita dalla necessità di risparmio delle risorse pubbliche che, però, non potrebbe mai giustificare l’utilizzo di contratti di lavoro a tempo determinato. Nello specifico la Corte adita dovrà stabilire se la suddetta clausola “debba essere interpretata nel senso che osta all’applicazione dell’art. 4, commi 1, ultima proposizione, e 11, della legge 3 maggio 1999, n. 124- i quali dopo aver disciplinato il conferimento di supplenze annuali su posti che risultino effettivamente vacanti e disponibili entro la data del 31 dicembre, dispongono che si provvede mediante il conferimento di supplenze annuali, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale docente di ruolo- disposizione la quale consente che si faccia ricorso a contratti a tempo determinato senza indicare i tempi certi per l’espletamento dei concorsi e in una condizione che non prevede il diritto al risarcimento del danno”. Ed infine, dovrà stabilire se le esigenze di organizzazione del sistema scolastico italiano costituiscono ragioni obiettive, in grado di rendere compatibile con il diritto dell’Unione europea una normativa come quella italiana che per l’assunzione del personale scolastico a tempo determinato non prevede il diritto al risarcimento del danno.

Se la C.G.E. ritenesse l’art. 10, comma 4 bis del d.lgs. 368 del 2001 legittimo, lo Stato italiano potrebbe continuare ad abusare di tale contratti senza alcun concreto e sostanziale controllo, essendo di fatto impossibile per il precario verificare l’effettiva correttezza della supplenza a fronte di un complessa modalità di gestione di migliaia di docenti inseriti nelle più disparate graduatorie.

Qualora, invece, così come ci auguriamo, la C.G.E. ritenesse che lo Stato ha abusato di tale potere, il contenzioso pendente dovrebbe definirsi con congrui risarcimenti a favore di tutti i nostri assistiti.

Corte Costituzionale, Ord. del 18 luglio 2013, n. 207

Studio Legale Avvocato Santi Delia