Concorso INPS – 967 posti: l’indignazione per la domanda sull’in house.

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Chi vi scrive ha già vinto, contro l’INPS, nell’ambito del precedente concorso a 365 analisti di processo.

In quel caso, come riportato da Il Fatto Quotidiano, “una delle domande del maxi concorso per 365 posti da analista di processo e consulente professionale bandito dall’Inps era sbagliata. Per questo il Tar ha dato ragione a uno dei 25mila partecipanti alle prove scritte che aveva impugnato la mancata ammissione agli orali per colpa di una risposta giudicata errata. Il candidato, assistito dagli avvocati Santi Delia e Michele Bonetti, ha contestato l’errata formulazione del quesito e i giudici amministrativi hanno ritenuto il ricorso manifestamente fondato.

Nei commenti che, da più parti, mi si chiese di rassegnare, da legale che da un decennio segue queste procedure concorsuale a quiz, mi sono sentito di lanciare un monito alle Amministrazioni a cambiare le modalità di somministrazione di questi quesiti pescati, da Società private selezionate dalle stesse Amministrazioni, da loro banche dati (in qualche caso) ormai datate.

Non ritengo concepibile, difatti, che il futuro di studio o lavorativo di un cittadino debba essere deciso da un quiz erroneamente formulato senza che nessuno si curi di capire neanche perchè.

La ragione, invero, è sin troppo semplice e, chi scrive, l’ha denunciata ormai 11 anni fa. All’esito del test di ammissione nazionale a Medicina, la lotteria dei quiz impazzì sfornando una batteria con 8 errori poi conclamati da T.A.R. e Consiglio di Stato. Perchè? Semplicissimo. Chi ha fatto quei quiz è lo stesso soggetto che li validati. Li aveva, in altre parole, formulati e poi ha, esso stesso, confermato che fossero corretti e validi ai fini di quella selezione.

Una contraddizione, in termini.
In quella tipologia di test, da allora, si avviò una procedura di validazione successiva alla formulazione che, certamente, fece diminuire il numero degli errori senza tuttavia eliminarla del tutto.
Lo stesso Ministero, il T.A.R. o il Consiglio di Stato, difatti, trovarono errori nei test degli anni successivi, sino a quello del T.F.A. con 23 quiz su 60 errati.

La mancata validazione dei test a quiz, effettuata nei paesi anglosassoni ogni qualvolta debba essere espletata una simile prova, è una delle maggiori lacune presenti in tutte le procedure concorsuali attivate dalla Pubblica Amministrazione e che da anni contestiamo nei nostri giudizi al Tar giacché impedisce la selezione dei migliori. È fondamentale, anche in ragione del fatto che in questi anni si tornerà ad assumere massicciamente con tali procedure concorsuali, che l’amministrazione riveda immediatamente queste banche dati e il sistema di selezione perché profondamente lacunoso”.

Oggi, leggendo la nuova prova di selezione somministrata ai candidati dallo stesso INPS che numerosi esclusi mi hanno sottoposto, nell’ambito del successivo concorso per 967 posti, non vi nascondo, di aver provato profondo sconforto e rabbia a delusione.

Il quesito che, in particolare, ha generato questo sentimento pretendeva di sapere dai candidati la natura di “una società in house”. Secondo i compilatori di quel test, tale “società in house” … “è sempre pubblica”.

Purtroppo, per i compilatori di quel test, – che con ogni probabilità non si sono curati di verificare se, frattanto (rispetto a quando fu formulato e inserito in banca dati), il quadro giurisprudenziale e normativo fosse cambiato -, non è così.

Come mi permetto di evidenziare facendo riferimento ad uno dei miei lavori proprio sull’in house providing, a seguito del recepimento delle Direttive all’art. 17, par. 1, lett. b), della direttiva 2014/23/UE (per gli appalti si veda art. 12, lett. c), dir. 2014/24/UE), sono venuti meno, d’un colpo, i dogmi su cui tanto la giurisprudenza comunitaria quanto quella nazionale avevano fondato la creazione del modello dell’in house providing (lucidamente ripercorsi da Cons. Stato, Sez. VI, 27 maggio 2015, n. 2660, in www.giustizia-amministrativa.it in particolare con riguardo alla presenza del capitale privato nella compagine sociale dell’ente in house). Il controllo analogo, in particolare, trova ora una compiuta e quantificata regola che, plasticamente, riesce a far comprendere i termini ed il peso del controllo stesso, giacchè l’ente controllato non potrà, in ogni caso, svolgere la propria attività verso terzi diversi dalla controllante nella misura superiore al 20%. La partecipazione dei privati che, sino alla pubblicazione della direttiva in parola, era assolutamente vietata in quanto immediatamente inquinante la compagine sociale ed escludente, in radice, la possibilità di configurare in house quella data società, è oggi ammessa sempre che ciò “non comport[i]controllo  o  potere  di  veto,  prescritte  dalle  disposizioni  legislative  nazionali,  in conformità dei trattati, che non esercitano un’influenza determinante sulla persona giuridica controllata”.

Insomma, oggi, sostenere, in un quiz per funzionari INPS che la Società in house “è sempre pubblica”, dopo 20 anni dalla sentenza Teckal, oltre un decennio senza una fonte normativa che definisse il concetto stesso di Società in house e due direttive comunitarie recepite “recentemente” nel nostro ordinamento che ne mutano, profondamente, la natura è, francamente, irriguardoso nei confronti di chi studia e, con coscienza, si sottopone ad un concorso pubblico con le garanzie dell’art. 97 della Costituzione.

Se il concorso pubblico è diventato un quiz, ben (a malincuore) venga. Si cambi l’intero sistema di formazione e istruzione e si prepari, sin da allora, la futura pubblica amministrazione a ragionare in tali termini. Successivamente, soprattutto, si eviti pescare quiz enigmistici da banche dati obsolete e non validate in maniera seria e coscienziosa solo perchè, grazie a tali sistemi di appalto, si riesce a risparmiare sulla gestione di un pubblico concorso.