I commenti sul caso Sinner – trofodermin/clostebol impazzano. Sui social tutti dicono la loro pur se, in molti, le 33 pagine di sentenza non le hanno neanche lette. Probabilmente non le ha lette neanche Nick Kyrgios che ha parlato di crema da massaggi.
Il nostro commento, dunque, come ogni articolo su questo sito, ha un taglio squisitamente giuridico e, al fine di non ripetere concetti che ovunque in rete è facile reperire, si concentrerà sulla solidità di alcune argomentazioni giuridiche che hanno convinto i giudici a dichiarare innocente Jannik e sulle criticità dei loro ragionamenti in vista di un eventuale appello.
Perché dovrebbe esserci un appello, vi starete già chiedendo in molti. Perché la Wada, essendo un organo che ha questo specifico controllo di verifica ha, doverosamente, annunciato di valutare attentamente la documentazione del giudizio prima di decidere se gravare di appello la sentenza. E non potrebbe essere altrimenti.
Il fatto. Pur sei fatti sono ampiamente noti a tutti voi, li riportiamo anche in quest’articolo dovendo, poi, da essi, ricavare le nostre considerazioni giuridiche.
Sinner è accusato di uso di sostanze vietate a seguito di due diversi controlli effettuati durante i tornei di Indian Wells e Miami. In particolare il primo campione venne raccolto il 10 marzo 2024 dopo un incontro del BNP Paribas Open a Indian Wells, California e un ulteriore campione di urina il 18 marzo 2024, prima della sua partecipazione al Miami Open.
Sinner non nega l’esito degli esami. E’ incontroversa, dunque, la presenza della sostanza proibita nel suo corpo.
Come si è difeso?
Raccontando l’accaduto e spiegando come la sostanza proibita è entrata nel suo corpo nella speranza di ottenere l’applicazione dell’appendice 1 del TADP (l’atleta “non poteva ragionevolmente sapere o sospettare anche con la massima cautela, che avevano usato o somministrato la sostanza o il metodo vietato o in altro modo violato una regola antidoping“).
Era infatti accaduto che il fisioterapista dell’atleta (GN), a seguito di un taglio procuratosi durante la presa di un bisturi (usato per la cura dei calli dell’atleta stesso) dalla borsa di lavoro, si fosse curato con uno spray, offerto dal preparatore atletico del team (UF), contenente “clostebol”. Tale spray veniva utilizzato direttamente dal solo fisio (GN) per curare la sua ferita nel bagno personale di UF.
Lo spray è quello in foto acquistabile senza ricetta in qualsiasi farmacia e parafarmacia italiana e che, siamo certi, tutti noi abbiamo utilizzato almeno una volta. Si legge nella descrizioni di diverse farmacie che lo vendono anche on line trattarsi di un preparato “che si applica per uso topico sulla pelle in caso di lesioni di vario tipo. Le proprietà benefiche di Clostebol e Neomicina, i principi attivi contenuti in questo farmaco, si rivelano molto utili per curare erosioni, abrasioni, piccole ulcere cutanee come varici, piaghe da decubito o leggeri traumi, ragadi sul capezzolo o nell’ano, ferite infette, leggere ustioni, secchezza, desquamazione e radiodermiti“.
Quest’ultimo ha dichiarato di aver avvertito GN della “pericolosità” dello spray e del suo contenuto pur se, sul punto, GN ha negato l’esistenza di tale dichiarazi0ne.
I massaggi praticati da GN a JS, hanno, verosimilmente, provocato la contaminazione del corpo di JS (caratterizzato da diverse micro ferite e ulcere soprattutto ai piedi) introducendo la sostanza vietata, pur se in quantità infinitesimale.
JS aveva chiesto a GN della natura del taglio e, inizialmente, prima dell’uso dello spray incriminato, se si fosse curato con qualche farmaco, riportando una risposta negativa da GN.
Il processo. L’accusa ha contestato a JS la violazione dell’art. 4 del TADP secondo cui “è dovere personale di ciascun giocatore di assicurarsi che nessuna sostanza proibita entri nel suo corpo“.
Per evitare la sanzione, variabile tra 2 e 4 anni di inibizione dalle competizioni sportive, l’atleta è tenuto a dimostrare l’uso terapeutico della sostanza.
In alternativa può dimostrare la non consapevolezza dell’assunzione di tale sostanza pur rischiando, in tal caso, per negligenza, una sanzione ridotta ma comunque pari a due anni.
La responsabilità, dunque, è oggettiva. Se vi è una traccia di sostanze vietate trovata nel corpo dell’atleta, l’accusa non ha l’onere di dimostrare alcun ulteriore elemento per ricavare la colpevolezza di quest’ultimo.
In tal senso l’articolo 2.1.1 del TADP stabilisce che “è dovere personale di ogni giocatore assicurarsi che nessuna sostanza Proibita entri nel suo corpo. I giocatori sono responsabili per qualsiasi sostanza vietata o qualsiasi dei suoi metaboliti o marcatori presenti nei loro campioni“.
Ecco perché il CAS (che è l’organo di appello e finale di questa vicenda – 2017/A/5301, Errani v. ITF) ha già sentenziato che “il Giocatore è responsabile per le azioni di coloro che lo circondano e per le proprie. In particolare, al fine di valutare obiettivamente se un giocatore ha adempiuto il suo dovere di “massima cautela” come richiesto dal TADP (e dal World Anti-Doping Code (‘WADC’)), il Tribunale valuterà le azioni del giocatore e degli amici del giocatore, allenatori, parenti, medici o altri membri della loro squadra a cui hanno affidato una parte delle responsabilità antidoping“.
Il Tribunale, anche a fronte delle difese fornite da JS, ha valutato l’esistenza delle esimenti stabilite dalla normativa specifica.
Le ipotesi di “Nessuna colpa o negligenza” e “Nessuna colpa significativa o negligenza” sono definite nell’appendice 1 del TADP come segue:
“Nessuna colpa o negligenza. Il giocatore […] stabilendo che non sapeva o sospettava, e non poteva ragionevolmente sapere o sospettare anche con la massima cautela, che avevano usato o somministrato la sostanza o il metodo vietato o in altro modo violato una regola antidoping. […] per qualsiasi violazione dell’articolo 2.1 il Giocatore deve anche stabilire come la Sostanza Proibita è entrata nel loro sistema“.
Il Tribunale ha quindi nominato due esperti (un terzo è stato nominato da JS) per valutare la compatibilità dei valori riscontrati con il racconto del giocatore dopo averne vagliato i riscontri in raffronto a 1o testimonianze incrociate.
Entrambi gli esperti, di cui uno di provenienza diretta della WADA (il soggetto che potrebbe appellare), hanno confermato che quanto accaduto trova una spiegazione solo con il racconto del giocatore: si è trattato di contaminazione incrociata.
E’ stato ritenuto “pienamente plausibile sulla base della spiegazione fornita e delle concentrazioni identificate dal laboratorio. Anche se l’amministrazione fosse stata intenzionale, le quantità minime che avrebbero potuto essere somministrate non avrebbero avuto […] effetti rilevanti sul giocatore“. Inoltre, non vi è “nessuna prova utile a sostenere qualsiasi altro scenario“.
Il tema di indagine del Tribunale, pertanto, può ora spostarsi sulla consapevolezza, o meno, da parte del fisio (GN) o del giocatore circa il fatto che si sarebbe trattato di applicare “una sostanza vietata”.
Centrale, in tal senso, è la spiegazione di cui al punto 76 della sentenza. In tale paragrafo “l’ITIA afferma che i seguenti fattori sono rilevanti per la valutazione del grado di colpa imputabile al giocatore in questo caso:
“a. Le misure adottate dal giocatore per reclutare personale adeguato ed esperto nella sua squadra;
b. Gli sforzi del giocatore per garantire che il suo entourage sia istruito sull’antidoping, compreso quello di non usare sostanze vietate quando lo tratta.
c. Il fatto che JS avesse chiesto a GN, il 3 marzo 2024, se stesse usando qualcosa per trattare la sua ferita quando l’ha vista la prima volta ma non controllando di nuovo se quella era tale posizione fosse rimasta tale“.
Il punto più critico della sentenza con riferimento al comportamento di UF e GN.
Più complessa è la valutazione del comportamento di JS con riferimento a quanto dichiarato da UF che, pur essendo il più esperto all’interno del team in materia di doping, era in possesso dello spray e lo ha “offerto” a GN.
d. UF ha acquistato lo spray di trofodermina e poi l’ha fornito a GN. “Il signor Ferrara è un istruttore di fitness (e farmacista qualificato) scelto dal giocatore per consigliarlo e consigliare la squadra su questioni antidoping, ma non è riuscito a garantire che il suo spray Trofodermin non entrasse in contatto con il giocatore“, si legge in sentenza.
Sul punto, la sentenza spiega che “il signor Ferrara sapeva che il signor Naldi avrebbe applicato lo spray di trofodermina sulle sue mani nude e sapeva o avrebbe dovuto sapere che il signor Naldi avrebbe successivamente toccato il giocatore”.
“Pertanto, sia che il signor Ferrara abbia o meno notificato al signor Naldi la presenza di una sostanza vietata nello spray, deve essere stato evidente (almeno per lui) che il giocatore rischiava di entrare in contatto con una sostanza vietata e poteva successivamente dare un risultato positivo“.
Se tale circostanza rileva per la responsabilità dei due membri dello staff, diverso è il caso della responsabilità dell’atleta.
Così come chiarito nel caso Sharapova, difatti, “la colpa da valutare non è quella che viene fatta dal delegato, ma la colpa fatta dall’atleta nella sua scelta dei delegati stessi”. In altre parole, continua la sentenza, “un giocatore che delega la sua/le sue responsabilità antidoping ad un altro è in colpa se lui/lei sceglie una persona non qualificata come suo delegato, se lui/lei non istruire correttamente o stabilire procedure chiare lui/ lei deve seguire nell’esecuzione del suo compito, e/o se lui/lei non riesce ad esercitare la supervisione e il controllo su di lui/lei nello svolgimento del compito. Il Collegio concorda con tale approccio”.
La sentenza, in tal senso, ritiene convincenti le diverse prove portate da JS circa le costanti attenzioni al tema doping anche al fine di evitare ogni rischio di contaminazione (si cita, in tal senso, un evento occorso a Madrid ove GN sembra non avesse prestato adeguata attenzione ad alcune bottiglie d’acqua).
Il fatto che UF sia non solo un preparatore atletico ma anche un farmacista conferma che la scelta di JS sia stata la più prudenziale possibile, non potendo valutare un approccio di UF non in linea con le sue competenze.
Tra la versione di UF e GN, tuttavia, vi è una discrasia.
Il primo sostiene di aver avvertito GN dell’esistenza di sostanze dopanti nel farmaco. Mentre il secondo non rammenta che tale avvertimento vi sia stato. Il Tribunale, in tal senso, ha ritenuto più convincente la testimonianza di UF in quanto quella di GN è apparsa, sul punto, confusa e non chiara.
UF, in ogni caso, avrebbe avvertito GN preoccupandosi del fatto che il farmaco non dovesse entrare in contatto diretto con il giocatore non immaginando, tuttavia, che anche la contaminazione incrociata potesse essere rilevante.
Si tratta di un passo decisivo della sentenza che, ove vi sarà una fase di appello, potrebbe ulteriormente ritenersi rilevante. “The Tribunal also determines that the reason for Mr Ferrara’s warning was out of concern that the Player might come into direct contact with Trofodermin rather than any possibility of cross-contamination, which he believed could be well avoided“.
Tale elemento potrebbe, per un verso, confessare la non totale conoscenza dei rischi di contaminazione del farmaco da parte di UF – pur se a sua discolpa la letteratura scientifica non conosce casi di contaminazione incrociata rilevanti di tale farmaco – e, per altro verso, una poco cauta condotta di GN pur a fronte di un avvertimento comunque rivoltogli.
L’ulteriore punto critico della sentenza con riferimento al comportamento di JS.
E’ tuttavia acclarato che non vi siano dubbi circa il fatto che:
- JS non poteva sapere del possesso del farmaco da parte di UF;
- JS non poteva sapere che tale farmaco era stato utilizzato da GN;
- JS non poteva sapere che il farmaco utilizzato da GN l’avrebbe contaminato.
Da ciò deriva l’esclusione di responsabilità del giocatore che, ragionevolmente, non deve “sapere o sospettare” e “non poteva ragionevolmente conoscere o sospettare anche con l’esercizio della massima cautela” che avevano “utilizzato o somministrato la sostanza vietata“.
Se il caso Sharapova è utile a superare il pur lieve (giuridicamente) errore di valutazione dei due membri dello staff, altri casi sono utili ad escludere la responsabilità personale di JS.
Di errore obiettivamente lieve, giuridicamente, difatti deve discorrersi se si tiene conto che la casistica scientifica non sembra conoscere casi di contaminazione rilevante di clostebol derivante da somministrazione incrociata e, lo stesso UF, pur titolato accademicamente circa la conoscenza di farmaci, aveva escluso la rilevanza di un contatto indiretto con il farmaco per JS raccomandando a GN, esclusivamente, di non curarsi con tale spray in sua presenza.
Tra i precedenti utili a decidere favorevolmente il caso di JS vi è quello del tennista Richard Gasquet. Il “Federer di Francia“, noto a tutti gli appassionati per il suo splendido rovescio ad una mano dal talento cristallino ma forse mai davvero compiuto, aveva subito contaminazione da cocaina per aver baciato in un ristorante (casualmente italiano), al primo incontro, una donna che aveva ingerito tale droga. Il Cas ha assolto il transalpino ritenendo non prevedibile la contaminazione incrociata.
Confrontando i due casi, invero, sembra che JS abbia persino usato più cautela, a fronte di un evento comunque imprevedibile, rispetto al francese a cui poteva imputarsi il fatto di essersi addossato un rischio prevedibile circa un contatto così intimo con una sconosciuta. A ragione, dunque, il Tribunale cita tale precedente.
Ed esiste anche un precedente analogo (sempre del giudice d’appello) legato al medesimo farmaco occorso ad un nuotatore Gabriel Silva Santos. Anche in tal caso l’ipotesi più plausibile era la contaminazione per l’uso del farmaco di altri soggetti presenti nella stessa abitazione ma l’atleta non avrebbe ragionevolmente potuto conoscere che il farmaco vietato fosse presente e che qualcuno lo stesse usando.
La difesa di JS aveva utilizzato il precedente di Bortolotti che, invece, il Tribunale non richiama.
Il possibile appello. Nella motivazione del Tribunale certamente importante sono le concordanti conclusioni dei periti secondo cui, unanimemente, la contaminazione incrociata è l’unico evento plausibile a spiegare il valore rintracciato. Il medesimo valore che, in ogni caso, non può incidere sulle prestazioni dell’atleta. Entrambi gli esperti nominati dal Tribunale, che hanno reso i loro pareri sconoscendo l’identità dell’atleta, hanno ruoli di direzione all’interno della WADA che è l’organo che può promuovere l’appello.
E’ obiettivamente singolare che Wada ritenga di promuovere l’appello rischiando di sconfessare, su un tema così importante, due professionisti di vertice della propria struttura.
L’appello, dunque, ove verrà proposto, si svilupperà verosimilmente sull’unica criticità giuridica che sembra rintracciarsi circa i ruoli di UF e GN con riferimento all’avvertimento rivolto dal primo e non colto dal secondo che ha dichiarato di non averlo ricevuto.
Il Tribunale, sul punto, ha ritenuto provata la dichiarazione di UF confermando, quindi, che l’avvertimento a GN vi era stato.
Sul punto, come ricorderete, la sentenza spiega che “il signor Ferrara sapeva che il signor Naldi avrebbe applicato lo spray di trofodermina sulle sue mani nude e sapeva o avrebbe dovuto sapere che il signor Naldi avrebbe successivamente toccato il giocatore”. “Pertanto, sia che il signor Ferrara abbia o meno notificato al signor Naldi la presenza di una sostanza vietata nello spray, deve essere stato evidente (almeno per lui) che il giocatore rischiava di entrare in contatto con una sostanza vietata e poteva successivamente dare un risultato positivo“.
Se tale circostanza è, in sentenza, acclarata (in gergo giuridico, ove non vi sia appello incidentale di JS, diverrebbe capo giudicato e quindi intangibile), e rappresenta dunque un dato su cui può basarsi l’appello, è forse poco esplorata dai primi Giudice la ragione per la quale, a fronte di tale consapevolezza, stante l’importanza del tema (non capita tutti i giorni che una sostanza dopante possa essere così vicina all’atleta), non vi siano stati ulteriori richiami e verifiche di UF a GN o allo stesso JS nei giorni seguenti al primo utilizzo del farmaco.
Da tale approfondimento potrebbe comunque confermarsi lo scenario di primo grado – che a parere di chi scrive è comunque perfettamente aderente al dato sostanziale che esclude la colpevolezza dell’atleta certamente (per quanto acclarato sul piano scientifico e processuale) scevro da ogni vantaggio prestazione a cui la somministrazione di doping tende – o vederne mutato il quadro.
In disparte le considerazioni giuridiche, non possiamo esimerci dal darvi la nostra opinione da sportivi, oltre che da giuristi. Il diritto serve a fare giustizia e non deve mai consentirsi che summa jus diventi summa iniuria. Ci aiuta, in tal senso, la riflessione di “Zio Tony Nadal“. “Conosco Sinner abbastanza bene da poter dire senza esitazioni che è uno dei giocatori più corretti ed educativo del circuito. Credo sia impensabile che possa agire in maniera sleale consapevolmente. È stato commesso un errore che è già stato sufficientemente pagato, con la perdita di punti e soldi guadagnati ad Indian Wells. La vita quotidiana di ogni giocatore è davvero troppo vulnerabile. Ogni errore, anche involontario, può portare a punizioni che trovo spesso anche esagerate. Trovo sconcertante che alcuni media, anziché criticare le eccessive punizioni passate, ne chiedano una simile per il n°1 del mondo. Ci sono sempre persone che, senza conoscere bene il caso, sono pronte a dare opinioni e giudizi negativi“.
La normativa antidoping deve, certamente, essere rigida e contrastare, senza esclusione di colpi, chi prova ad aggirarne il dettato. Non può, invece, rischiare di rovinare carriere costruite su sacrifici enormi quando appare davvero chiaro che si tratta di errori per nulla legati a tentativi non riusciti di sfruttare farmaci o droghe per migliorare le prestazioni sportive.
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