Quando, a fine 2024, arrivò l’annuncio del patteggiamento di Iga Swiatek, i dubbi che anche il caso Sinner non fosse definitivamente chiuso, cominciarono a diventare seri. Prima di commentare l’odierna decisione di patteggiare è bene ricordare quel caso che, come quello del n. 1 al mondo, mostra in maniera chiara come il codice Wada non poteva, come accaduto, che essere rivisto e che del tutto arbitrariamente, oggi si continui a riferirsi a regole che si è ammesso essere errate.
Andiamo con ordine. Sinner e Iga perché sono stati processati e perché, alla fine, hanno entrambi patteggiato.
1.Il caso Iga.
Il caso “Iga” ha davvero dell’incredibile e, da giurista, non posso che mostrarmi davvero preoccupato giacchè, sulla base dei parametri che hanno convinto la fuoriclasse polacca ad accettare un mese di squalifica, non v’è professionista sportivo che può sentirsi sereno recandosi ad un ordinario controllo antidoping.
La n. 2 al mondo, difatti, il 12 agosto, poco prima di competere a Cincinnati, è stata trovata positiva ad un controllo antidoping su uno dei due campioni prelevati e preso atto di tale esito è stata sospesa il 12 settembre (un mese dopo). Ha chiesto che anche il secondo campione a suo tempo prelevato fosse analizzato e, ottenuto il medesimo esito, la sospensione è stata confermata (il 19 settembre).
La giocatrice, dunque, nell’immediatezza (siamo al 22 settembre) ha dichiarato di non sapere come la sostanza proibita (TMZ) fosse entrata nel suo corpo ed il Tribunale (il 25 settembre) non ha potuto che confermare la sospensione. Il 26 sera Iga e il suo staff, un pò come ha fatto Sinner in tempi ancora più ristretti stante in quel caso degli indizi più chiari, riuscivano ad individuare un’ipotesi che spiegasse la presenza di una sostanza vietata nel suo corpo.
Ricostruendo i farmaci utilizzati in quel periodo, difatti, la giocatrice incaricava degli esperti di analizzarli. Dai risultati emergeva che un prodotto a base di melatonina (LEK-AM Melatonina 1 mg, in foto) che aveva utilizzato per affievolire l’insonnia da jet leg, fosse contaminato da TMZ.
Tale contaminazione, si badi bene, non era stata causata dalla giocatrice o dal suo staff ma dalla stessa casa farmaceutica in fase di produzione.
L’ITIA, difatti, ha potuto accertare, per il tramite di uno dei principali laboratori accreditati dalla WADA per l’analisi di prodotti contaminati, la bontà di tale ipotesi in astratto e, avuta conferma, ha chiesto i campioni per analizzarli.
Iga ha quindi spedito (io li avrei portati a piedi come in un cammino di Santiago sotto scorta) tali preziosissimi campioni (senza i quali la giocatrice avrebbe rischiato da 2 a 4 anni di squalifica) e in particolare:
(1) il resto del contenitore aperto del Prodotto LEK-AM che il Giocatore aveva utilizzato prima della raccolta del campione e
(2) un contenitore sigillato del Prodotto LEK-AM dello stesso lotto utilizzato dal Giocatore prima della raccolta del campione.
L’ITIA, a sua volta, ha cercato di procurarsi in modo indipendente un contenitore dello stesso lotto, ma senza riuscirvi anche in quanto il Produttore non gli ha mai risposto (anche in tal caso mi sarei recato a piedi presso la Ditta farmaceutica polacca).
Il fato, tuttavia, ha aiutato Iga giacchè ITIA ha potuto verificare che il contenitore sigillato (che per mera causalità la giocatrice aveva ancora in tale forma) proveniva dallo stesso lotto di quello utilizzato dal Giocatore (i numeri di lotto corrispondevano) e il contenitore sigillato aveva un sigillo antimanomissione.
Le analisi hanno concluso che la contaminazione effettivamente rinvenuta era compatibile con le tracce trovate nelle urine della giocatrice.
La ex numero 1 al mondo, in sintesi, ha rischiato la carriera (e la vita sportiva) perchè una casa farmaceutica confezionando un prodotto (privo di qualsiasi rilievo dopante) lo ha contaminato con altre sostanze (dopanti) prodotte nello stesso stabilimento.
Se ciò, come accaduto, da vita a responsabilità del giocatore obbligandolo, come si legge in sentenza, a precauzioni tali da verificare, autonomamente, la potenziale contaminazione di ogni prodotto, farmaceutico e non, ingerito, il rischio è davvero di un collasso del sistema. La lotta al doping è sacrosanta, far vivere gli atleti nel terrore ed imporgli una filiera di controllo sui contatti e prodotti da ingerire, insostenibile.
Tuttavia, lo stesso Tribunale arriva ad affermare che “è “responsabilità personale” “assumersi la responsabilità di ciò che usa“, “effettuare ricerche su qualsiasi prodotto o sostanza che intende usare per garantire che il loro utilizzo non costituisca o comporti una violazione delle norme antidoping” e “assicurarsi che qualsiasi trattamento medico ricevuto non violi questo Programma“.
Ma ciò vuol dire dubitare di un sistema di controllo a monte sul commercio di farmaci e parafarmaci (che dovrebbero per definizione essere controllati dalle autorità competenti prima di essere immessi nel mercato) “dovendo accertarsi che tali prodotti siano “stati sottoposti a test in lotti per scopi antidoping“, introducendo una norma di precauzione assai invasiva sconosciuta all’ordinamento e, soprattutto, al mercato.
La tesi, così rigida, dell’ITIA, a fronte di un errore obiettivamente impossibile da prevedere per la giocatrice e che, quotidianamente, può accadere nelle più disparate attività quotidiane anche differenti dall’assunzione di farmaci e parafarmaci, impone una riflessione più ampia giacchè il rischio che si puniscano comportamenti totalmente inconsapevoli diventa davvero altissimo e la ratio delle norme antidoping non è affatto questo.
Pur senza evitare la squalifica, Iga decide di patteggiare. Inutile continuare ad inseguire il fato che ha già fatto si che quel maledetto farmaco innocuo fosse stato contaminato da altro pericoloso. Sembra incredibile ma davvero secondo le norme il giocatore dovrebbe portarsi dietro un laboratorio di analisi prima di prendere una pillola che secondo la confezione è innocua.
2. Il caso Jannik
Sinner è accusato di uso di sostanze vietate a seguito di due diversi controlli effettuati durante i tornei di Indian Wells e Miami. In particolare il primo campione venne raccolto il 10 marzo 2024 dopo un incontro del BNP Paribas Open a Indian Wells, California e un ulteriore campione di urina il 18 marzo 2024, prima della sua partecipazione al Miami Open.
Sinner non nega l’esito degli esami. E’ incontroversa, dunque, la presenza della sostanza proibita nel suo corpo.
Come si è difeso?
Raccontando l’accaduto e spiegando come la sostanza proibita è entrata nel suo corpo nella speranza di ottenere l’applicazione dell’appendice 1 del TADP (l’atleta “non poteva ragionevolmente sapere o sospettare anche con la massima cautela, che avevano usato o somministrato la sostanza o il metodo vietato o in altro modo violato una regola antidoping“).
Era infatti accaduto che il fisioterapista dell’atleta (GN), a seguito di un taglio procuratosi durante la presa di un bisturi (usato per la cura dei calli dell’atleta stesso) dalla borsa di lavoro, si fosse curato con uno spray, offerto dal preparatore atletico del team (UF), contenente “clostebol”. Tale spray veniva utilizzato direttamente dal solo fisio (GN) per curare la sua ferita nel bagno personale di UF.
I massaggi praticati da GN a JS, hanno, verosimilmente, provocato la contaminazione del corpo di JS (caratterizzato da diverse micro ferite e ulcere soprattutto ai piedi) introducendo la sostanza vietata, pur se in quantità infinitesimale.
UF, in particolare, avrebbe avvertito GN preoccupandosi del fatto che il farmaco non dovesse entrare in contatto diretto con il giocatore non immaginando, tuttavia, che anche la contaminazione incrociata potesse essere rilevante. E’ appurata in giudizio, dunque, la non totale conoscenza dei rischi di contaminazione del farmaco da parte di UF – pur se a sua discolpa la letteratura scientifica non conosce casi di contaminazione incrociata rilevanti di tale farmaco – e, per altro verso, una poco cauta condotta di GN pur a fronte di un avvertimento comunque rivoltogli.
Il Tribunale ha assolto il numero 1 al mondo ritenendo che nessuna negligenza era a lui imputabile neanche con riferimento alla vigilanza del suo staff.
3. Le nuove regole Wada.
A fronte di due casi così lontani dal “vero doping”, l’Agenzia è corsa ai ripari annunciando modifiche al codice.
In particolare, per quanto qui direttamente interessa, viene introdotta l’espressione “fonte contaminata” al posto di “prodotto contaminato”. Una terminologia più ampia, che “comprende fonti di contaminazione come cibo o bevande, contaminazione ambientale o esposizione attraverso il contatto con una terza persona o un oggetto toccato da una terza persona“.
Tale concetto, unitamente all’apertura di elenco delle quantità minime di sostanze vietate che potranno essere tollerate, avrebbe escluso la stessa imputabilità dei due tennisti che, invece, con le “vecchie” regole hanno subito, a seguito di patteggiamento, rispettivamente 1 e 3 mesi di sospensione.
3.1. Gli effetti delle norme sopravvenute in un civile Stato di diritto.
Come è noto ai più, in un civile Stato di diritto, è per lo più assodato che la secca abolizione del reato comporta, (in Italia, ad esempio, ai sensi dell’art. 2 co. 2 c.p. e dell’art. 673 c.p.p.), l’archiviazione dei procedimenti in fase d’indagine, il proscioglimento nei processi in corso e la revoca delle sentenze di condanna passate in giudicato, con conseguente cessazione dell’esecuzione delle pene, principali ed accessorie, e degli effetti penali della condanna.
Non è così nell’ambito del codice Wada sull’antidoping ed ecco la ragione per la quale, nonostante la singolarità dei casi e l’infinitesima presenza di sostanze vietate prive di qualunque potenziale vantaggio sportivo, i due atleti hanno accettato il patteggiamento.
4. Il patteggiamento: non chiamatele norme antidoping.
Come abbiamo ricostruito l’imputazione nei confronti dei due tennisti, da parte della stessa Wada è incontestata, nonostante sia pacifico che i due:
- non hanno assunto volontariamente sostanze dopanti;
- non hanno ottenuto benefici sportivi da tali assunzioni.
- E’ ancora incontestato che il farmaco vietato è presente nel loro organismo ma gli stessi hanno saputo dimostrare come ciò sia, incautamente o inconsapevolmente avvenuto.
In disparte che la stessa Wada, mutando le regole per il futuro, ha compreso che tale vecchio regime non perseguiva affatto gli obiettivi antidoping prefissati, l’ulteriore riflessione che vorremmo rassegnare oggi è legato al concetto di cautela imposto agli sportivi.
La Wada ha imposto a Sinner di affermare di aver “accettato di essere responsabile per la mia squadra” e nessuno dubita che tale principio debba continuare a rappresentare uno di quelli cardine del sistema. In altre parole nessuno ha mai dubitato che se il tuo medico ti “consiglia” di ingerire sostanze vietate, è corretto che tu stesso ne risponda.
Se è responsabile il tuo staff sei responsabile tu.
Ma se il tuo staff, a sua volta, non è responsabile?
Se, come acclarato, nessuna casistica scientifica poteva indurre lo staff ad inmaginare una contaminazione indiretta di uno spray da parafarmacia, perché mai deve individuarsi responsabilità in capo agli stessi e, per converso, al giocatore? Non v’è ragione infatti e per questo l’assoluzione era arrivata.
L’autoreferenziale esercizio di forza della Wada circa il concetto, stressato nelle comunicazioni dei giorni antecedenti all’accordo poi reso noto all’esterno (ma evidentemente già acquisito), è una vuota affermazione di principio privo, in concreto, di un diretto riferimento al caso Sinner ed a come, effettivamente, i fatti siano stati accertati.
Una sconfitta di tutti. In primis di un sistema che nella smania (legittima) di preservare uno sport pulito, impone un terrore nei controlli impossibile da affrontare con precauzioni ragionate rendendo poi non comprese le sanzioni irrogate e, con esse, la percezione di quello stesso sistema di tutela come adeguato e che funziona eliminando la dietrologia del favoritismo o della persecuzione.





