Corte dei Conti: SI alla pensione privilegiata del medico che ha subito danni per causa di servizio.

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Con la pronuncia oggi in commento, la Corte dei Conti, sez. giurisdizionale per la Regione Calabria, accogliendo in toto le censure mosse in ricorso dall’Avvocato Santi Delia, ha posto fine ad un complesso contenzioso, tra un ex dirigente medico dell’ASP e l’INPS, condannando l’Istituto “a corrispondere al ricorrente il trattamento previdenziale dovuto, compresi gli arretrati oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali”.

Quanto alla portata della decisione in parola, la stessa, avuto particolare riguardo al quadro normativo di riferimento in materia e alle evoluzioni che lo stesso ha subito sino ai nostri giorni, ha rappresentato l’occasione per far chiarezza rispetto al delicato tema del riconoscimento del trattamento previdenziale privilegiato (cd. “pensione privilegiata”) legato a doppio giro all’ accertamento del “rapporto di causalità” tra l’attività lavorativa svolta e la “malattia permanentemente inabilitante”.

Avuto riguardo ai dipendenti delle Aziende sanitarie locali, per quanto qui di interesse, la disciplina relativa alla pensione privilegiata in vigore prima dell’intervento di chirurgia normativa attuato per mano della Legge Fornero (che abroga in parte l’istituto in parola), si rinviene nel R.D.L. n.680/1938 e compete, “a coloro che siano stati riconosciuti permanentemente inabili a prestare ulteriore servizio e siano cessati dal servizio, indipendentemente dalla durata dell’attività lavorativa svolta, per ferite o per lesioni traumatiche riportate a cagione diretta e immediata dell’esercizio delle proprie funzioni, o per malattie derivanti da contagio avvenuto unicamente per causa di servizio, o per malattie professionali determinate unicamente dalle funzioni inerenti al proprio impiego”.

Snodo centrale, dunque, il rapporto di causalità tra l’attività lavorativa svolta e la malattia permanentemente inabilitante, che deve necessariamente sussistere ai fini del riconoscimento del beneficio in parola, “seppur attenuato “dall’art. 16 della legge n. 1646 del 1962 secondo cui il diritto alla pensione di privilegio si consegue anche quando nell’evento che ha determinato l’inabilità si ravvisano gli estremi della concausa necessaria e preponderante di servizio”.

Ebbene, proprio su tale ultimo aspetto, si sono soffermati i Giudici nell’ampia motivazione rassegnata in sentenza (n. 34/2021), ricostruendo in primis l’operato dell’Istituto, il quale ha messo in discussione a più riprese l’avvenuta prova del complesso dei requisiti conferenti titolo al trattamento pensionistico privilegiato.

Invero, l’INPS, dopo aver chiarito che è “onere della controparte dimostrare la dipendenza da causa di servizio della patologia”, giunge alla conclusione che siffatta prova non possa “desumersi nè da” altro accertamento giudiziario in quanto l’INPS è subentrato alle Aziende sanitarie locali solo da qualche “né dal parere della Commissione medica del 2017 (essendo la valutazione di competenza del Comitato di verifica)”, per poi affermare “che non si evincerebbe altresì che la cessazione dal servizio sia dovuta alle patologie contratte per causa di servizio”.

La Corte dei Conti ha invece accolto la tesi dell’Avvocato Santi Delia affermando che rispetto “alle valutazioni medico legali relative sia alla sussistenza dell’inabilità che al nesso di causalità tra le infermità e il servizio svolto”, le stesse sono fondate su tali accertamenti di soggetti pubblici e non “confutate dall’Ente convenuto sul terreno scientifico (nessuna produzione documentale tecnica ex adverso risulta versata in atti dall’Inps, né è stata richiesta CTU)”. La Corte dei Conti, dunque, ha stabilito il principio secondo cui anche l’INPS ha l’onere di provare le presunte carenze scientifiche delle affermazioni delle parti private nelle ipotesi in cui, come quella che ci occupa, il Comitato per le pensioni privilegiate non abbia espresso alcun parere limitandosi a rigettare, per questioni procedurali, l’istanza.

Riconosciuta, dunque, la soccombenza dell’INPS, l’odierna pronuncia, chiosa l’Avv. Santi Delia, nella misura in cui restituisce valore all’accertamento del nesso di causalità invero prescindendo dall’organo di provenienza, “rende giustizia a tutti coloro i quali, a fronte di una vera e propria menomazione dell’integrità personale subita a causa di infermità o lesioni di natura inabilitante riportate per fatti di servizio, rischia di rimanere imbrigliato nelle maglie di un’errata interpretazione delle norme, e del loro susseguirsi nel tempo, nonché di un meccanismo di competenze, quanto agli accertamenti sulla sussistenza del nesso eziologico, che non può esser congegnato a tutto discapito di un bene primario e costituzionalmente garantito qual è la salute e l’imprescindibile tutela della stessa.”