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Ancora una volta per primi sul tema Concorsi Pubblici: vittoria al T.A.R. sul concorso che ha visto partecipare 115.000 aspiranti funzionari giudiziari.

La prima Sezione del Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati Santi Delia e Michele Bonetti sul concorso di reclutamento per 2.329 unità per il profilo di funzionario giudiziario.

In 115.000 avevano presentato la domanda per presentarsi alla prima prova in “appena” 35.000 candidati. Quasi 7.000 gli ammessi alla seconda prova.

Alcuni esclusi hanno ricorso al TAR che, avallando la tesi degli Avv. Santi Delia e Michele Bonetti, ha accolto la domanda cautelare consentendo ai nostri ricorrenti di ottenere l’ammissione alle successive prove scritte da cui erano stati esclusi.

A differenza di quanto prospettato in altri ricorsi fondati su altri aspetti e che il T.A.R. ha respinto, la strategia dello studio, questa volta, si è concentrata nell’individuazione di censure specifiche su due quesiti ritenuti errati.

Si trattava, in particolare, dei quesiti nn. 26 (che riguardava il tema dell’obbligatorietà e gratuità dell’insegnamento nel nostro Paese) e 30 riferito alle “forme di raccordo di tipo organizzativo tra Stato e Regioni”.

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Consiglio di Stato: i vincitori del concorso 2012 infanzia non immessi in ruolo hanno diritto all’assunzione nella propria Regione

I 36 posti fantasma inizialmente banditi in Sicilia sono riapparsi e dovranno essere assegnati ai ricorrenti degli Avvocati Santi Delia e Michele Bonetti.

Il Consiglio di Stato, difatti, ha accertato che “all’esito dell’attività istruttoria disposta dalla Sezione è emerso che a fronte di 216 posti banditi, quelli concretamente ricoperti attingendo dalla graduatoria del 2012 furono solo 180, residuando pertanto ulteriori 36 posti, confermando così la prospettazione della ricorrente”. ;

A questo punto il MIUR dovrà “procedere all’adozione di tutti gli atti necessari – computando anche i 36 posti non attribuiti rispetto al contingente bandito per il concorso scuola 2012 – al fine di consentire la scelta della cattedra a suo tempo spettante alla ricorrente, in rigoroso ordine di graduatoria“;

Grazie a tale riconoscimento, i giudici di Palazzo Spada, hanno ordinato la piena esecuzione della sentenza n. 152 del 2019, con cui era stata riformata, su ricorso degli stessi legali, la sentenza del T.A.R. Lazio, annullando in due parti distinte il Decreto Ministeriale del 2016 sulle assunzioni infanzia.

La storia del concorso delle insegnanti della scuola materna del 2012 (il primo dopo oltre un decennio), in particolare per la Regione Sicilia, ha del paradossale. Più nel dettaglio, difatti, nonostante fossero stati banditi 216 posti, in Sicilia solo 180 docenti furono assunti mentre gli altri 36 e gli ulteriori idonei, furono spediti fuori Regione.

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La bocciatura a scuola tra divieto di legge e comportamento processuale dell’amministrazione: commento all’Ordinanza del Consiglio di Stato del 10 febbraio 2020

Ci troviamo a commentare un’ordinanza del Supremo Consiglio, di recentissima pubblicazione, con rilevanza non solo sul merito della questione, che di seguito si analizzerà, ma che lascia spunti anche di carattere processual amministrativo.

Quello che i Giudici di Palazzo Spada hanno sancito è un principio, già in precedenza esplicitato dalla magistratura amministrativa (http://www.semprediritti.it/index.php/aree-di-interesse/scuola-e-universita/item/728-se-la-bocciatura-a-scuola-arriva-dinanzi-ai-giudici-la-dura-verit%C3%A0-di-provare-a-far-rispettare-le-leggi), di massima tutela per i giovanisimi studenti della scuola di primo grado.

Il tema è quello delle bocciature nella scuola primaria, molto delicato in quanto in questa particolare fase della crescita e formazione scolastica l’alunno può trovarsi nella difficoltà di dover afforontare un percorso non sempre caratterizzato da un rendimento omogeneo.

Su tale presupposto la legge, ed in particolare il D.lgs. 13 aprile 2017 n. 62 e la Circolare n.1865 del 10.10.2017, si preoccupa di dettare regole di favore per lo studente della scuola media. Il consiglio di classe è obbligato a tenere in considerazione periodi scolastici ampi per decretare l’eventuale bocciatura. In ogni caso si accorda preferenza a strumenti alternativi e meno invasivi della bocciatura per consentire all’alunno di recuperare le lacune anche in più materie.

Il caso in esame, per l’appunto, concerne un giudizio (illegittimo) del consiglio di classe di mancata ammissione all’esame di terza media, adottato considerando il solo arco temporale dell’ultimo quadrimestre dell’ultimo anno scolastico.

Gli spunti critici ulteriori sulla vicenda nascono, però, dal rilievo effettuato dal Consiglio di Stato circa il comportamento tenuto dall’Amministrazione nel processo.

Evidenzia il Collegio giudicante che, nonostante il provvedimento (ovvero, la bocciatura) si fondasse dichiaratamente sull’analisi del “secondo quadrimestre”, la difesa dell’Amministrazione aveva in realtà affermato una diversa e contrastante ricostruzione dei fatti. Per la prima volta nel corso del giudizio, infatti, emergeva la deduzione che la mancata ammissione all’esame avesse alla base una valutazione operata sull’intero arco scolastico dell’alunna e che le lacune si riferissero, dunque, ad una condizione insanabile su tutto il triennio.

Tra l’altro il provvedimento ben si adatta al caso di specie considerando la circostanza che la media dei voti era prossima alla sufficienza e che, nei fatti, in sole due materie vi fossero insufficienze (di cui una non grave).

Non è mancata la chiara presa di posizione del Supremo Collegio. Vi è una contraddizione insanabile tra quanto affermato nell’atto amministrativo impugnato e le deduzioni difensive prodotte dall’Amministrazione in appello.

Nel caso di specie, dagli atti procedimentali della scuola emergeva la sola considerazione del quadrimestre “incriminato”, mentre ciò che veniva dichiarato (e che non risultava agli atti) concerneva una presunta analisi più ampia, come impone la giurisprudenza maggioritaria in materia.

Quello che viene sancito, oltre all’importanza della pronuncia per la tutela degli interessi dei soggetti coinvolti, è un’applicazione peculiare dei poteri valutativi del giudice. Nella fattispecie è risultato decisivo il comportamento processuale tenuto dalla parte pubblica, difesasi con argomentazioni aggiuntive e contrastanti rispetto al contenuto dell’atto amministrativo emanato.

L’acuta osservazione dell’Ordinanza rielabora in chiave tecnica e garantista i principi di cui all’art. 114 c.p.c., fatti propri dal c.p.a. con l’art. 64, che considera il comportamento processuale un argomento di prova.

L’antitesi tra la posizione della difesa erariale e l’atto amministrativo, in un contesto pubblicistico come quello di specie, che verte in tema di diritti costituzionali e beni della vita, non può che portare alle condivisibili deduzioni dell’Ordinanza del Consiglio di Stato.

Nel processo amministrativo rilevano, dunque, le deduzioni svolte dalla parte pubblica in quanto in contraddizione con le motivazioni del provvedimento amministrativo.

La contraddizione tra la motivazione addotta dalla difesa dell’Amministrazione e quella presente nel provvedimento impugnato impone, come condivisibile, il riesame invocato nel giudizio per il tramite di un’istanza cautelare, nel caso di specie, finalizzata alla rinnovazione del giudizio di ammissione.

In tal modo il pronunciamento pare collocarsi in linea con le ordinanze propulsive tramite le quali il Giudice Amministrativo, in sede collegiale, può sollecitare un’attività della P.A.; e così, con la misura cautelare del riesame, o di remand, non si sospendono semplicemente gli effetti del provvedimento impugnato, ma in modo equilibrato il Giudice di seconde cure in sede collegiale richiede all’Amministrazione di riesaminare la questione e di rideterminarsi.

Il piccolo studente ed i suoi genitori vedranno, grazie al provvedimento in analisi, una riforma del giudizio comminato dalla scuola in senso conforme alle norme di legge.

Tribunale di Messina: illegittima la scelta dell’ASP di imporre al Dirigente medico l’assunzione in regime di esclusività

Il Dirigente medico vincitore di concorso o assunto a seguito di mobilità può scegliere di essere assunto in regime di NON esclusività? L’Asp può imporgli in fase di assunzione il regime di esclusività?

Il caso riguarda un Dirigente medico siciliano al quale l’ASP di appartenenza aveva imposto di sottoscrivere il contratto in regime di esclusività.

A nulla sono valsi i diffusi inviti del medico alla corretta applicazione della contrattazione collettiva o della Legge: l’Asp ha imposto tale clausola facendone derivare la decadenza dal posto vinto per merito.

Al medico, dunque, non restava che rivolgersi al Tribunale che con articolato provvedimento ne accoglieva le censure.

Secondo il Tribunale di Messina “il rifiuto da parte dell’ASP di concedere in via immediata, sin dal momento della stipula del contratto, il regime di non esclusività per l’esercizio dell’attività lavorativa non può che ritenersi irragionevole ed illegittimo. Appare infatti illogico ed incoerente permettere l’opzione per il servizio non esclusivo dopo la stipula del contratto di lavoro, nelle finestre temporali indicate dall’Amministrazione stessa, precludendone invece l’esercizio in fase di stipula originaria del contratto stesso, quando, da un lato, la concessione di una tale facoltà sin dalla presa di servizio consentirebbe all’Amministrazione una programmazione ed una strutturazione definita del proprio organico lavorativo sin dal momento della presa di servizio di ciascun dipendente; d’altro canto, nella prospettiva dei medici assunti, la facoltà di esercizio immediato di una tale opzione risulterebbe altrettanto utile e ragionevole, se non addirittura necessaria proprio per consentire in fase di passaggio da un impiego (già in regime di non esclusività) ad un altro – come è proprio nel caso del ricorrente – di garantire l’essenziale continuità delle proprie precedenti attività, con la possibilità di continuare a seguire i pazienti già in lato, la concessione di una tale facoltà sin dalla presa di servizio consentirebbe all’Amministrazione una programmazione ed una strutturazione definita del proprio organico lavorativo sin dal momento della presa di servizio di ciascun dipendente“.
“Decisivi, tuttavia, al di là dei suddetti aspetti di evidente irragionevolezza del rifiuto opposto dall’ASP all’opzione per l’esercizio dell’attività in via non esclusiva“, continua il Tribunale, “appaiono i profili di evidente illegittimità della stessa scelta.
In primo luogo, infatti, né la legge né il contratto collettivo prevedono la prevalenza automatica del regime di esclusività in fase di stipula del contratto di lavoro. L’Amministrazione, dunque, non incontrava e non incontra alcun vincolo, nella sua scelta sul regime da imporre, in tali fonti di disciplina del contratto di lavoro.
In secondo luogo deve rilevarsi che nulla, in proposito, era previsto neppure nel bando di concorso che, in quanto lex specialis, risulta fonte altrettanto decisiva per valutare la legittimità della scelta imposta dall’Amministrazione. Neanche il bando di concorso, pertanto, può essere invocato dall’ASP a giustificazione della pretesa necessità di adottare, in contrasto con le richieste del ricorrente, il regime di esclusività al momento della stipula del contratto di lavoro. Al contrario, come documentato dal ricorrente, il regime di esclusività è espressamente previsto, diversamente da quanto riguarda il bando in questione, solo nell’avviso di selezione emanato successivamente, dalla medesima ASP, per la stipula di contratti a tempo determinato.
Deve dunque concludersi che, pur a fronte della stipula, da parte del ricorrente, di un contratto nel quale era previsto l’esercizio in via esclusiva del servizio preso l’ASP di Messina, a fronte della richiesta, effettuata in precedenza e quindi più volte reiterata, anche dopo la conclusione del contratto, di potere esercitare l’attività in via non esclusiva, il rifiuto opposto dell’Amministrazione appare del tutto irragionevole ed illegittimo. Mancando, dunque, una ragionevole giustificazione del rifiuto ad accogliere la richiesta del ricorrente, deve pertanto riconoscersi il diritto del ricorrente, alla luce della neutralità delle previsioni normative e contrattuali che regolano la materia, a potere esercitare il servizio, sin dal momento dell’assunzione, in regime di non esclusività“.

Si tratta, commenta l’Avvocato Santi Delia, di una decisione assai innovativa nel panorama nazionale che apre interessanti scenari ai diritti dei medici.

Bonetti & Delia vincono al CDS con l’Università di Catanzaro in tema di scuole di specializzazione

Bonetti & Delia, con i founder Santi Delia e Michele Bonetti, hanno assistito l’Università Magna Graecia di Catanzaro nell’ampio contenzioso  generatosi a seguito del temporaneo mancato accreditamento di alcune scuole di specializzazione di medicina.

Il MIUR, difatti, oltre a comminare il mancato accreditamento in ragione del non raggiungimento di alcuni parametri imposti dall’Osservatorio nazionale, imponeva all’Ateneo di accordare il trasferimento incondizionato a tutti gli specializzandi che ne facessero richiesta proprio in virtù della “sanzione” comminata.

Il T.A..R. Calabria (sentenze nn. 1784/19 e da 1793 a 1798 del 2019 e n. 1902/19), adito dagli specializzandi che reclamavano l’immediata ottemperanza a tale clausola, ha dapprima rigettato le loro domande ritenendo che sul tema abbia giurisdizione il giudice ordinario e che, anche per tale ragione, la domanda di applicazione dell’istituto del silenzio – assenso non possa trovare applicazione ed in seguito, in separato contenzioso, si è espresso sulla natura di tale vincolo ministeriale su ricorso proposto dall’Ateneo.

Il T.A.R., aderendo alle tesi dell’Avvocato Santi Delia, ha ritenuto che il Decreto ministeriale invade le competenze dell’Ateneo, ragion per cui “ogni diversa interpretazione esporrebbe la disposizione medesima ad evidenti profili di nullità (e, quindi, di inefficacia), per difetto assoluto di attribuzione”.

Gli specializzandi, hanno impugnato l’esito negativo innanzi al Consiglio di Stato (sentenze nn. 1002 e 1003/2020) che con sentenze del 10 febbraio 2020, ha respinto gli appelli, confermando la giurisdizione del G.O.

Secondo la Sesta Sezione del Consiglio di Stato (Pres. Santoro, rel. Simeoli), “alla luce dell’art. 37 del d.P.R. n. 368 del 1999 (…) le eventuali controversie sono devolute all’autorità giudiziaria ordinaria ai sensi del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80”, ragion per cui “in definitiva, non rientrando i medici specializzandi tra le categorie di personale in regime di diritto pubblico, ne consegue che, una volta esaurita la fase concorsuale finalizzata all’ammissione alla scuola, ogni altra questione attinente al rapporto contrattuale, appartiene alla cognizione del giudice ordinario“.

Rassegna stampa

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Medicina generale 2020: l’azione a tutela dei non ammessi

Il nostro studio è sempre stato in prima linea, al fianco di centinaia di giovani medici delusi da un concorso farsa, a partire dal 2014, per contestare lo svolgimento del concorso e le linee generali ed ormai obsolete del DM del 2006.
Su Medicina generale non era mai esistito un contenzioso e, ancora una volta, per primi siamo riusciti a vincere.
Abbiamo dimostrato, in Consiglio di Stato, l’illegittimità della scelta del Ministero della Salute e delle Regioni di optare per la graduatoria regionale anzichè per quella nazionale.
Sono stati centinaia i nostri giovani medici ammessi in diverse Regioni: Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Campania, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, etc..
Nonostante le nostre vittorie e centinaia di ammissioni decretate dal Giudice amministrativo, il Ministero persiste nelle proprie scelte, dichiaratamente illegittime anche in quanto, allo stato, il contenzioso è pendente innanzi alla CEDU e, sino a quando in Europa non si pronunceranno, il TAR non darà nuovi provvedimenti.
Sempre su Medicina Generale, tuttavia, il D.M. che regola il concorso è stato annullato in più parti dal nostro studio. Continue reading Medicina generale 2020: l’azione a tutela dei non ammessi

TRIBUNALE DI MESSINA: L’ESPROPRIATO NON PUO’ RIVOLGERE LA PROPRIA PRETESA ALL’ASSEGNATARIO DELL’ALLOGGIO COSTRUITO SUL SUO TERRENO

Il Tribunale di Messina si è finalmente espresso in merito ad una controversia di durata ultra decennale che vedeva come parti il Comune di Messina nella qualità di espropriatore, le Cooperative assegnatarie del terreno come delegate all’esproprio, i proprietari degli alloggi assegnati dalle cooperative ed, infine, i legittimi proprietari del terreno espropriato.

Una questione di fatto, dunque, assai comune per gli acquirenti (centinaia di migliaia in Italia) di edilizia economica e popolare che, dopo l’assegnazione degli alloggi, vengono spesso investiti di ingenti richieste da parte dei terzi coinvolti a vario titolo nella costruzione degli immobili. Ebbene la domanda di tanti acquirenti è: possono costoro rivolgersi direttamente ai proprietari degli immobili certamente più solvibili rispetto a fantomatiche Cooperative o Consorzi?

La sentenza del Tribunale di Messina dà una risposta chiara e convincente. Ma vediamo, prima, gli esatti termini della questione.

Un primo procedimento giudiziale si avviava nel 1996 quando i legittimi proprietari dei terreni, dopo aver subito l’espropriazione, agivano avverso le cooperative assegnatarie e delegate all’esproprio dal Comune, per vedersi riconoscere il risarcimento del danno a causa dell’illegittima occupazione del loro terreno.

La giustizia dava loro ragione assegnandogli congrui risarcimenti da eseguire, appunto, nei confronti delle Cooperative.

Gli espropriati, tuttavia, dopo aver compreso che le Cooperative condannate erano, sostanzialmente, insolvibili, pensano di rivolgere la pretesa direttamente nei confronti degli assegnatari cui, frattanto, le Cooperative avevano ceduto gli alloggi.

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Bonetti & Delia vincono al TAR LAZIO su Scienze della Formazione e Architettura

L’acquisizione di forze universitarie inferiori alle complessive potenzialità recettive della struttura universitaria contrasta con la dichiarata finalità della programmazione delle immatricolazioni, consistente nella piena e completa saturazione di tutti i posti disponibili, anche in relazione ai principi costituzionali stabiliti agli articoli 33 e 34 della Costituzione”. È questo il principio proclamato dal TAR per il Lazio in tre pronunce cautelari relative ai corsi di laurea di Scienze della Formazione primaria degli Atenei di Palermo, Cagliari e L’Aquila.

Analogo provvedimento è toccato all’Università di Cagliari per il corso di laurea di Scienze dell’Architettura.

Nella specie, sia il bando di ammissione predisposto dalle citate Università sia i corrispondenti Decreti Ministeriali prevedevano, ai fini dell’immatricolazione, il conseguimento di un punteggio minimo all’esito delle relative prove di accesso. Si proibiva così qualsiasi scorrimento o integrazione della graduatoria, anche qualora la soglia di sbarramento fosse stata raggiunta da un numero di candidati inferiore al numero dei posti disponibili. Ne derivava che, in tutti gli Atenei portati in giudizio, risultava ammesso un numero di candidati di molto inferiore al contingente bandito per l’a.a. 2019/2020, con conseguente vacanza di un numero significativo di posti rimasti vuoti e disponibili.

Il T.A.R. del Lazio, ha accolto la tesi dello Studio Bonetti & Delia, che ha patrocinato un centinaio di ricorrenti con un team guidato dal founder Michele Bonetti.

Delia & Bonetti vincono al Consiglio di Stato sull’accesso ai corsi di formazione di Medicina generale

Il Consiglio di Stato, accogliendo le tesi degli Avvocati  Delia e Bonetti, ha condannato la Regione Sicilia e Ministero della Salute per la gestione del concorso di accesso al corso di formazione specifica in Medicina generale.

Si tratta, in particolare, del corso di formazione, a numero chiuso, che sulla base delle Direttive Europee consente di ottenere il titolo utile per diventare medico di medicina generale e svolgere attività convenzionata come, ad esempio, quella a tutti nota come “medico di famiglia” nonchè dei servizi di 118.

Il concorso, a cui avevano preso parte oltre 10.000 medici, consentiva l’attribuzione di circa 1.000 posti finanziati con oltre 40 milioni di euro di fondi del Fondo Sanitario Regionale conferiti a tal fine alle Regioni.

La prova, uguale a livello nazionale, secondo gli avvocati Michel Bonetti e Santi Delia risultava viziata per la somministrazione di una domanda errata ragion per cui le graduatorie regionali avrebbero dovuto essere rifatte con nuova e rivista collocazione degli aspiranti.

A seguito dell’accertamento di tale vizio, tuttavia, non tutte le Regioni si adeguarono in maniera completa limitandosi, in taluni casi, alla sola ammissione alla frequenza del corso senza riconoscimento del pagamento. Il Consiglio di Stato, con la sentenza definitiva pubblicata il 13 gennaio 2020, ha invece condannato le Amministrazione a pagare la borsa di studio non erogata, pari a circa 40.000 euro, ai soggetti illegittimamente esclusi, oltre a diversi migliaia di euro a titolo di spese legali.

Qui la rassegna stampa

Le Fonti

La Gazzetta del Sud

Giornale di Sicilia

Concorso ufficio stampa Regione siciliana, arriva la prima vittoria al TAR

Dopo aver analizzato la documentazione ottenuta all’esito di una complessa fase di accesso agli atti del concorso per l’Ufficio stampa della Regione Siciliana (in particolare per n. 6 funzionari cat. D), all’esito del primo ricorso al TAR proposto, abbiamo ottenuto l’ammissione alle successive prove di concorso. A differenza di quanto pubblicizzato sul web, tuttavia, le questioni rilevanti per l’azione giudiziale sono davvero peculiari e vanno calibrate sul singolo candidato e sul punteggio dallo stesso ottenuto. Solo attraverso una preventiva analisi specifica, difatti, è possibile valutare compiutamente le concrete possibilità di successo. Pur a fronte di talune domande effettivamente poco pertinenti rispetto al profili richiesti e non previste dal bando nonchè ad altre conclatamente domande errate, è in concreto necessario compredere come il singolo candidato ha risposto e valutare l’incidenza di tali aspetti rispetto alla soglia da raggiungere.

Proprio in ragione di tali peculiarità e della necessità di un approfondimento non certo immediato, la sede siciliana del nostro Studio ha fissato due incontro con i giornalisti:

– il primo per lunedi 13 alle ore 19.

il secondo per martedi 14 alle ore 15.30

Un terzo incontro, infine, per venire incontro alle esigenze di chi, per lavoro, è fuori dalla Sicilia presso lo studio di Roma per mercoledi 15 alle ore 18.30.

Per partecipare all’incontro è necessario inviare una mail a segreteria@avvocatosantidelia.it indicando un cellulare ed una mail per eventuali comunicazioni circa l’eventuale spostamento orario dell’incontro.

Studio Legale Avvocato Santi Delia